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BREVE STORIA DELL'EVOLUZIONE TECNICA
DELLA FORMULA 1
Gli anni Settanta,
gli inizi
di Stefano Pulga


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2. GLI INIZI
La stagione 1970 si apre con una certezza: l’aerodinamica. Temperate le
iniziali esuberanze grazie ai nuovi regolamenti, l’aerodinamica,
o meglio il suo corretto sfruttamento, diventano la nuova
frontiera della ricerca applicata alle corse.
Il concetto di deportanza rivoluzionò la concezione delle corse. Fino a
quel momento le vetture da corsa dovevano essere fondamentalmente
veloci, il più veloci possibile, per raggiungere la massima
velocità nei rettilinei, che erano la parte predominante di ogni
circuito. Velocità dell’ordine di 340 km/h erano state
raggiunte sui circuiti più veloci già negli anni ’30, e si
dovrà aspettare il 1982 perché vengano raggiunte di nuovo. Le
monoposto però, fino all’avvento dell’aerodinamica, dovevano
rallentare in maniera radicale per affrontare le curve. In questo
modo la differenza fra velocità massima e velocità di
percorrenza delle curve era enorme. Si pensi che le Auto Union del
1936 disponevano di 520 HP e di velocità di punta dell’ordine
dei 345 km/h. Su di un circuito velocissimo come Monza, un giro
era percorso alla media di circa 180 km/h. Trent’anni dopo le
monoposto, con circa 330-350 cavalli, e velocità massime non
superiori ai 280 km/h, giravano su quel circuito ad una media di
circa 200 km/h. Con l’avvento dei dispositivi aerodinamici, nel
1969 le monoposto migliori, con circa 420 HP ed una velocità massima non superiore ai 270 km/h, girarono a Monza a 236
km/h di media. Questi dati devono essere valutati in termini di
efficienza globale. Un motore potentissimo poteva essere usato per
andare forte in rettilineo, ma la velocità in curva restava
subordinata all’aderenza al suolo. Questa, a sua volta, era
legata alla sezione dei pneumatici, al loro coefficiente di
attrito, alla capacità delle sospensioni di tenere il pneumatico
aderente al suolo. Questi fattori erano, fino all’avvento delle
appendici aerodinamiche, evidentemente bassi, perché la velocità
di percorrenza della curva rimaneva molto distante dalla velocità
massima che la vettura poteva sviluppare in rettilineo. Il ricorso ai dispositivi aerodinamici ha quindi permesso di ridurre in
modo drastico la differenza fra velocità massima e velocità di
percorrenza delle curve. Si era quindi verificato un paradosso: il
tempo guadagnato in rettilineo da una vettura velocissima, ma
lenta nelle curve, era inferiore al tempo guadagnato da una
vettura lenta in rettilineo ma veloce nelle curve. A questa nuova concezione delle corse automobilistiche verrà subordinata
tutta l’evoluzione dello sport motoristico, fino ai nostri
giorni.
Vediamo ora in dettaglio come la ricerca aerodinamica ha influenzato lo
sviluppo di tutti i settori. |
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2.1. TELAI.
La spinta aerodinamica verso il basso, ottenibile
con gli alettoni, poté essere subito quantificata nell’ordine
delle centinaia di chili. Questo peso ‘virtuale’ aumenta e diminuisce
in funzione della velocità, per sparire a vettura ferma. Ciò nonostante,
quando una vettura si muove ad alta velocità, é effettivamente
sottoposta a questo carico aggiuntivo. Lo sviluppo telaistico
quindi mirò prima di tutto all’ottenimento della necessaria robustezza
senza andare a scapito del peso reale. E’ infatti noto che le
prestazioni di una vettura, intese come possibiltà di accelerare
e frenare in tempi (e quindi spazi) brevi, sono innanzitutto influenzate
dal rapporto peso/potenza (o kg/HP). Le monoscocche di prima generazione
(del tipo Lotus 25), composte da pannelli di lega leggera rivettati
su ordinate di magnesio o leghe leggere, erano ormai superate.
Lo sviluppo dei telai delle F.1 si rivolse naturalmente alla industria
aeronautica, dove il peso è da sempre il nemico principale. All’inizio
degli anni ’70 si vide l’avvento delle prime scocche in scatolato
in lega di alluminio, di chiara derivazione aeronautica (Vedi
Fig. 5).
La
crescente velocità di percorrenza delle curve sottoponeva il telaio
a forze di torsione sempre più alte, spingendo i costruttori a
sofisticati calcoli per determinare le forze torsionali e trovare il
modo di contrastarle. La rivettatura dei pannelli si rivelò
anch’essa superata, e verso il 1975 apparvero i primi esempi di
scocche incollate con i collanti anaerobici di recente messa a
punto. La tappa successiva fu il ricorso ai materiali compositi,
anch’essi di derivazione aeronautica, costituiti da pelli
metalliche incollate su una struttura alveolare. La prima scocca di
questo tipo (McLaren, 1976) era composta da pannelli di pelli di
alluminio incollate su di uno strato di legno di balsa. La rapida
evoluzione dei compositi portò all’adozione dello honeycomb,
struttura composta dalle solite pelli di alluminio incollate su di
una matrice di cellette esagonali (come negli alveari, da cui il
nome). Questi nuovi materiali hanno permesso di ottenere telai
leggerissimi (una scocca nuda di quel periodo poteva pesare circa 70
kg) ed allo stesso tempo estremamente rigidi. Nonostante questi
miglioramenti strutturali, il tipo di telaio in uso fino al 1970
ricalcava le forme di quelli degli anni sessanta, essendo
invariabilmente caratterizzato dal radiatore frontale e da serbatoi
del carburante laterali (che furono all’origine di molti incidenti
a causa della facilità all’incendio). Colin Chapman presentò nel
1970 la sua Lotus 72, monoposto assolutamente rivoluzionaria per
varie ragioni. Essa aveva infatti:
-
forma a cuneo, coi radiatori sdoppiati laterali al posto di guida
-
ripartizione dei pesi con preponderanza al posteriore, per favorire
la trazione
-
sospensioni a flessibiltà variabile (v.2.2.)
-
freni anteriori entrobordo (v. 2.3.) per diminuire le masse non
- alettone posteriore
in più profili, per migliorare il rapporto fra deportanza e resistenza
Come la Lotus 25 aveva rivoluzionato la formula 1 nel 1962, così la F.1
non poté essere più la stessa dopo la Lotus 72. Anche se alcuni
costruttori impiegheranno anni a convincersi della bontà della
formula (Ferrari adotterà i radiatori laterali solo nel 1974)
la strada del futuro era quella indicata dalla Lotus 72, come
confermato dalle venti vittorie in Gran Premio, due titoli piloti
(Rindt 1970 e Fittipaldi 1972) ed un titolo Costruttori ( 1972).
Un’altra monoposto innovativa del 1970 é stata la ferrari 312B progettata
da Mauro Forghieri. Fedele al 12 cilindri, dopo le deludenti prestazioni
del precedente V-12 a 60° (che in quattro anni vinse solo tre
G.P.) la casa modenese passò ad un inedito 12 cilindri a 180°,
detto (impropriamente) boxer. Questo motore, che gareggerà in
varie versioni per più di dieci anni, aveva fin dall’inizio una
notevole potenza (450 HP, cioè 150 HP/litro nel 1970) ed il vantaggio
di spostare in basso il baricentro. Nonostante il resto della
vettura fosse abbastanza tradizionale (radiatore anteriore, sospensioni
convenzionali, per quanto con ammortizzatori interni alla scocca)
la 312B fu l’unica monoposto a opporsi regolarmente alla Lotus
72. I suoi punti di forza erano l’ottima omogeneità, dovuta appunto
al baricentro basso, un’ottima distribuzione dei pesi e una grande
potenza disponibile. Vinse quattro Gran Premi nel 1970 con Ickx
e Regazzoni.
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2.2. MOTORI.
Come già detto, gli
anni ‘70 furono dominati da due motori: il Ford Cosworth V8 ed il
Ferrari 12 boxer. Alcune vittorie andarono anche ad altri V-12: il
Matra francese ed il B.R.M. inglese. L’evoluzione dei motori passò
per l’ottimizzazione di iniezione (sempre di tipo indiretto e
meccanico dell’inglese Lucas), accensione (di tipo elettronico
senza contatti), e della fasatura della distribuzione. Questi
miglioramenti portarono ad un costante, sebbene non spettacolare,
aumento del regime di rotazione e quindi della potenza disponibile.
Il boxer Ferrari ad esempio, passò dai 450 HP (150 HP/litro) a
11.000 g/m nel 1970 ai circa 520 HP (174 HP/litro) a 12.300 nel
1980. Il Cosworth V8 dai 400 HP 134 HP/litro) a 9750 g/m nel 1966 ai
490 HP (164 HP/litro) a 10800 g/m nel 1979. Nonostante la maggior
potenza, i V-12 furono sempre penalizzati da maggior peso, maggior
consumo, minore elasticità a basso regime.
E’ infine doveroso
segnalare il tentativo della Lotus di fare correre, nel 1970,
una monoposto a turbina, la 56B. Questa monoposto era derivata
dalla Tipo 56 che, nel 1968, aveva ridicolizzato i rivali americani
alla 500 miglia di Indianapolis, dove si ritirò a una ventina
giri dalla fine, dopo avere guadagnato un vantaggio incolmabile.
Dotata di una turbina Pratt & Whitney di derivazione aeronautica
e della trazione integrale, nelle mani di Emerson Fittipaldi corse
alcuni Gran Premi, senza grandi risultati, prima di essere bandita
dalla CSI.
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2.3. SOSPENSIONI.
Parallelamente allo sviluppo dei telai, anche le sospensioni furono ampiamente
migliorate. Dapprima si ricorse al progressivo allargamento delle
carreggiate, per rendere il corpo vettura meno sensibile al rollio.
Il rollio infatti, più pronunciato con carreggiate strette, altera
le condizioni di ‘lavoro’ delle superfici aerodinamiche. Per far
sì che il flusso che investe l’alettone sia il più possibile regolare,
é quindi indispensabile che questo subisca variazioni minime rispetto
al piano orizzontale su cui scorre la vettura, e ciò é possibile
solo limitando il rollio. Il ricorso a carreggiate larghe é possibile
con due soluzioni: allargare la scocca o allungare le braccia
della sospensione. La prima soluzione non é vantaggiosa, perché
comporta un aumento del peso e della superficie frontale (quindi
della resistenza aerodinamica). La seconda comporta bracci ed
ammortizzatori lunghi, col pericolo di flessione, quindi di irregolarità
di assetto. Per irrigidire le lunghe braccia di forza della sospensione
si fece quindi ricorso a triangoli sovrapposti sempre più aperti,
poi a bilanceri scatolati. L’ammortizzatore era stato fino a quel
momento trasversale, cioè ancorato alla base inferiore del portamozzo
ed alla parte superiore della scocca, soluzione che, come già
detto, era impraticabile nel caso di ruote molto distanti dalla
scocca, sia per la flessibilità di un lungo ammortizzatore, sia
per la resistenza aerodinamica che questo avrebbe comportato.
Il problema fu quindi risolto alloggiando l’ammortizzatore all’interno
della scocca, comandato direttamente dal bilancere superiore (Vedi
Fig. 6).
Questo tipo di sospensione, aerodinamicamente poco penalizzante, diminuiva
anche le masse non sospese, e quindi l’inerzia della sospensione,
migliorando la precisione di guida e la rapidità di risposta alle
sollecitazioni verticali (molleggio) e trasversali (sterzata).
Gli ammortizzatori utilizzati restavano però di tipo tradizionale, cioè
corpo idraulico e molla elicoidale coassiali. L’innovazione venne
ancora una volta da Colin Chapman, che nella sua Lotus 72 introdusse
le molle a barra di torsione separate dagli ammortizzatori (Vedi
Fig. 7).
La sospensione a barra di torsione offre vantaggi enormi in termini di
regolazione e progressività. Si basa su di una barra metallica
ancorata ad una estremità sulla scocca, mentre all’altra estremità
é collegata alla ruota tramite un puntone. Lo scuotimento della
ruota viene comunicato dal puntone alla barra, che tenderebbe
a ruotare se non fosse imprigionata all’altra estremità sulla
scocca; in questo modo la resistenza alla torsione della barra
si sostituisce alla resistenza alla compressione di una molla
elicoidale in acciaio. Il diametro della barra e la distanza fra
l’ancoraggio sulla scocca e quello del puntone determinano la
progressività del molleggio. Questo tipo di sospensione consente
di avere un molleggio ‘morbido’, che permette quindi alla ruota
di meglio seguire le asperità della strada, senza il pericolo
che la sospensione vada ‘a tampone’ cioè a fondo corsa, dove non
esiste più molleggio e la ruota perde contatto col suolo. La Lotus
72 aveva quindi la possibilità di un molleggio estremamente efficace
pur consentendo al pilota un buon comfort di guida ed una sensibilità
dello sterzo che i classici ammortizzatori coassiali non offrivano
più. Questa idea di Chapman era talmente innovativa, che si dovrà
aspettare il 1989 perché John Barnard la riprenda in mano, modernizzandola
e miniaturizzandola (sulla Ferrari 639), realizzando una sospensione
che, nonostante i miglioramenti inevitabili in più di un decennio,
é ancora attuale. Verso la metà degli anni settanta, Ralph Bellamy della McLaren sviluppò
positivamente un progetto di sospensione a flessibilità variabile
(rising rate, vedi Fig. 8)
a cui lavorava fin dal ‘72. Il principio si basava su di un bilancere che
aziona il gruppo molla/ammortizzatore (sempre di tipo coassiale
tradizionale) attraverso un fulcro intermedio che, facendo variare
l’angolo di azionamento a seconda della compressione, irrigidiva
progressivamente la sospensione. Soluzione meno elegante di quella
Lotus, aveva però il vantaggio di costi più bassi e di rapidità
di regolazione. Questo tipo di sospensione fu alla base dei sistemi
di azionamento mediante bielletta e bilancere, detti prima pull
rod, (vedi Fig. 9)
poi push rod, (vedi Fig. 10)
a seconda che lavorassero in trazione o in compressione che sono ancora
oggi adottati.
Infine la Ferrari, sempre su progetto di Forghieri, introdusse nel 1971
una sospensione posteriore in cui l’ammortizzatore era alloggiato
in alto sul motore, ed azionato da una piramide triangolare di
tubi (Vedi Fig. 11).
Anche questo espediente mirava alla riduzione delle masse non sospese,
ma non funzionò mai correttamente a causa della flessibilità del
comando. Rimane un tentativo che, assieme al già citato esempio
McLaren, aprirà la strada, negli anni ‘80, ai sistemi pull rod
e push rod.
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2.4. FRENI.
Introdotti negli anni cinquanta (dalla Jaguar Sport che vinse a Le Mans
nel 1953) e generalizzati negli anni sessanta, gli impianti frenanti
a disco metallico hanno avuto una discreta evoluzione negli anni
settanta. Dopo le esperienze fatte a Le Mans, dove i Prototipi
percorrevano il lungo rettilineo delle Hunaudières a 360
km/h per poi rallentare fino a 60 km/h per affrontare il tornante di
Mulsanne, gli ingegneri si resero conto che gli sbalzi termici
imposti dalle moderne vetture da corsa causavano tensioni e
surriscaldamenti che incrinavano il metallo dei dischi. Si
sperimentarono quindi con successo dischi forati radialmente, che
furono chiamati autoventilanti. Questo tipo di disco fu
universalmente adottato da tutte le F.1.
Una evoluzione più significativa interessò il sistema di attuazione (le
‘pinze’) ed i materiali di attrito. La Dunlop e la Girling
misero a punto pinze ‘autoflottanti’, in grado cioè di seguire
gli scuotimenti del disco durante le sollecitazioni della frenata.
Dal comando meccanico si passò al comando idraulico, e dal
pistoncino semplice (che spinge la guarnizione di attrito contro il
disco, e quindi il disco contro la guarnizione d’attrito
dall’altra parte del disco) si passò al doppio pistoncino (per
esercitare una pressione simmetrica sul disco) poi ai quattro
pistoncini (per aumentare la zona di pressione esercitata dalle
guarnizioni sul disco).
I dischi metallici, le pinze e le tubature del circuito idraulico
rappresentavano però una notevole massa non sospesa, con gli
effetti negativi di cui abbiamo già parlato.
Colin Chapman, sulla Lotus 72, adottò freni anteriori entrobordo, collegati
cioè alle ruote da semiassi metallici. Questa soluzione consentiva
una eccezionale sensibilità dell’avantreno ed una precisione di
guida ineguagliabile dagli altri sistemi. Purtroppo, nel corso
delle prove del G.P. di Italia a Monza, uno dei semiassi di collegamento
si ruppe nella violenta frenata della Parabolica, causando uno
sbandamento della vettura di Jochen Rindt, che perse la vita.
Chapman fu messo sotto processo, e l’elegante soluzione dei freni
anteriori entrobordo non ebbe praticamente seguito.
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2.5. RUOTE E PNEUMATICI.
Nella prima metà degli anni sessanta le F.1 correvano su pneumatici
larghi circa 130 mm all’anteriore e 180 al posteriore, montati su
cerchi di grande diametro (mediamente 15 pollici). Queste sono
misure di larghezza (non di diametro) oggi adottate dalla Panda (135
mm) o la Punto (185 mm). Nel 1970 la misura più diffusa era di 255
mm anteriori su cerchi da 13 pollici e 400 mm al posteriore su
cerchi da 15 pollici. Nel 1975 le gomme posteriori raggiungevano i
520 mm di larghezza e nel 1978 i 660 mm, su cerchi da 13 pollici.
Questo aumento della larghezza, unito alla diminuzione del diametro
del cerchio, fu reso possibile dall’abolizione delle camere
d’aria, ed impose una riduzione progressiva del diametro dei
dischi dei freni, col conseguente bisogno di adottare prese d’aria
per il raffreddamento di dischi e pinze. I pneumatici invece,
progressivamente sempre più larghi, furono resi sempre più rigidi
nella banda di rotolamento e sulla spalla, per diminuire la deriva
rispetto all’angolo di sterzata.
Diminuendo il diametro del pneumatico, aumenta però la velocità di
rotazione del battistrada sull’asfalto, e la forza centrifuga a
cui é sottoposto. Per evitare negative
deformazioni del battistrada, o addirittura il suo distacco
dalla carcassa per centrifugazione, la scolpitura del pneumatico
diminuì quindi di profondità, arrivando ad una semplice serie di
intagli nel 1971, per
consentire al battistrada di dilatarsi all’aumentare della
temperatura senza deformarsi. Nel 1973 apparvero i primi pneumatici
slick, lisci (della Firestone americana), per mettere a terra la
massima superficie di gomma. Da allora la guerra delle gomme é
stata una delle componenti strategiche più importanti della F.1. Al
pneumatico non si chiedeva più solamente di esercitare un dato
coefficiente di attrito, ma di giungere vicino al punto di fusione
della gomma per esercitare una vera e propria azione adesiva
sull’asfalto. L’aderenza che questi pneumatici assicuravano era
comunque legata a complicatissimi parametri di temperatura e
dilatazione, che imposero il gonfiaggio con azoto, gas meno
sensibile dell’aria alle variazioni di volume in funzione della
temperatura.
In seguito al progressivo irrigidimento delle sospensioni, attuato come
già detto per consentire alle appendici aerodinamiche di lavorare
in regime praticamente rettilineo, i pneumatici furono chiamati a
svolgere parte del compito fino ad allora assicurato dalle
sospensioni: il molleggio. I pneumatici delle F.1, gonfiati a
pressioni basse (1-2 atm., invece che le 4-5 degli anni ’50 e
’60) assicuravano, con la loro flessibilità, l’assorbimento
delle piccole asperità che le sospensioni (occupate a garantire un
assetto costante) non potevano più assicurare.
Nelle stagioni 1972-73 le case costruttrici di pneumatici americane
Goodyear e Firestone tentarono l’introduzione di caracasse a
‘cintura bassa’. Questo concetto, oggi diffusissimo sulle
vetture di serie, impiega una spalla del pneumatico di dimensione
molto inferiore alla superficie aderente. Per esempio, un pneumatico
di misura 205/60 ha l’altezza della spalla uguale al 60% della
impronta al suolo, cioè: 205x60%= 123 mm. La minore altezza del
fianco (la ‘spalla’) del pneumatico dà origine ad una minore
flessione dello stesso, quindi ad una minore ‘deriva’ del
pneumatico. La ‘deriva’ non é altro che la differenza fra
l’angolo di sterzo e l’effettivo angolo di sterzata. Più il
fianco del pneumatico é ‘basso’, più piccolo sarà l’angolo
di deriva, cioè si eliminerà il bisogno di ruotare il volante più
dell’effettivo angolo di sterzata (sottosterzo). Il pneumatico a
cintura bassa consente una notevole diminuzione della deriva al
costo di una minore flessibilità. Come già visto, le sospensioni
delle F.1 devono essere rigide, e l’adozione dei pneumatici a
spalla bassa portò ad una tale rigidità complessiva da non potere
essere sopportata né dai piloti né dalla meccanica. I pneumatici
infatti, legati alla monoposto da sospensioni rigidissime e dotati
di grande aderenza, cominciarono a sviluppare vibrazioni tali da
indurre la deformazione della struttura (ondulazione dell’impronta
a terra) che vanificava l’aderenza. Si tornò quindi ai pneumatici
a spalla tradizionale.
Nonostante questo passo indietro, la struttura dei pneumatici continuò
ad evolvere per quel che riguarda la carcassa (che rimaneva comunque
di tipo tradizionale a tele diagonali) e le componenti della gomma
(la mescola). Si arrivò addirittura a pneumatici ‘dedicati’, per
ottenere la massima aderenza su di un dato tipo di circuito. Il
limite dei pneumatici a carcassa diagonale era però evidente:
la centrifugazione. Con l’aumento della velocità di rotazione
il pneumatico si deformava, aumentando di diametro, allungando
quindi il rapporto finale di trasmissione, ed assumendo una forma
leggermente piramidale, che diminuisce la superficie di gomma
a contatto con l’asfalto. Questi limiti furono superati con l’avvento
dei pneumatici a carcassa radiale (V. §3).
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2.6.
TENTATIVI DI INNOVAZIONE.
Nella prima metà degli anni ‘70, le monoposto di successo furono le
logiche evoluzioni della Lotus 72, ma almeno quattro progettisti
tentarono vie innovative: Robin Herd (March), Derek Gardner (Tyrrell),
Gordon Murray (Brabham) e Mauro Forghieri (Ferrari).
La neonata March presentò per il 1970 una monoposto che fece scalpore:
su di uno stretto telaio monoscocca abbastanza tradizionale,
venivano montati sui fianchi i serbatoi, contenuti in strutture
metalliche a forma di ala rovesciata. Lo scopo era chiaro a tutti:
disporre di superfici deportanti enormi rispetto agli alettoni
consentiti dai regolamenti. Il telaio fu acquistato da varie
squadre: STP (con Andretti) Tyrrell (Stewart e Servoz-Gavin), John
Walker (Siffert) Antique Automobiles (Elford, Peterson). Nonostante
le aspettative, la vettura si rivelò un fallimento. E’ però
importante ricordarla per l’intuizione dei profili alari laterali.
Ripresi da Chapman nel 1978, e racchiusi all’interno di pontoni
stagni, i profili alari furono all’origine dell’effetto suolo
che sarà l’ennesima rivoluzione introdotta dalla Lotus (V. § 3).
Derek Gardner, ingenere della Ditta Ferguson, specializzata in
trasmissioni (che aveva presentato negli anni ’60 una F.1 a
trazione integrale che non scese mai in pista), partecipò al
progetto Matra MS 84, nel ’69. Questa monoposto, derivata dalla MS
80 (che vinse il campionato di quell’anno) era dotata di
trasmissione integrale. Lotus (con la 63) e McLaren (con la M-10)
avevano tentato la stessa strada senza risultati, per cui la
trazione integrale venne abbandonata. Gardner era però entrato
nell’orbita di Tyrrell (che gestiva nel ’69 i telai Matra con
motori Cosworth). Assunto nel 1970 per progettare un’alternativa
alla deludente March, disegnò le Tyrrell vincenti degli inizi degli
anni ’70. Nel 1976 fece scendere in pista la incredibile Tyrrell
P-34, a sei ruote, di cui quattro anteriori sterzanti. Il
ragionamento alla base di tale progetto era semplice: l’enorme
sezione frontale delle F.1 era (ed é) determinata dalle ruote
anteriori che, per regolamento, devono essere scoperte. Gardner pensò
quindi di ridurne il diametro fino a farle scomparire dietro il
musone aerodinamico. Per compensare la sezione ridotta dei
pneumatici anteriori, ne montò quattro di piccolo diametro. Questa
monoposto vinse un solo G.P. (Svezia 1976 con Scheckter), pagando
l’inadeguatezza dei pneumatici Goodyear a carcassa tradizionale.
La centrifugazione di questi piccoli pneumatici, aggravata dal
ridotto diametro, rendeva l’impronta a terra insufficiente, con
gravi problemi di instabilità. Se la P-34 avesse potuto disporre di
pneumatici radiali avrebbe sicuramente inaugurato una nuova era. Le
sei ruote vennero proibite dal 1977.
Gordon Murray, giovane ingegnere sudafricano, cresciuto alla scuola di
Gordon Coppuck (McLaren), si era già segnalato alla Brabham con una
scocca a sezione trapezioidale (la BT- 44), poi per il tentativo di
abolire i radiatori, sostituendoli con pannelli a sfioramento di
origine aeronautica. Progettò poi la prima Brabham-Alfa Romeo (la
BT-45) col 12 cilindri boxer della casa milanese. Nel 1977, al GP di
Svezia, presentò una monoposto dotata di un grande ventilatore
posteriore, che ufficialmente doveva servire a raffreddare il
motore. In realtà tutto il perimetro della monoposto era sigillato
da striscie di plastica semirigida che toccavano il suolo. Quando il
motore veniva avviato, il ventilatore estraeva l’aria dalla parte
sottostante la vettura e le striscie di plastica sigillavano
l’area, producendo uno schiacciamento della monoposto verso il
suolo. L’idea, non inedita, essendo già stata portata in corsa
dalla Chaparral 2G della serie CanAm nel 1974, consentiva di
eliminare tutta l’aria che scorre sotto la monoposto, aumentando
l’efficacia degli alettoni e producendo un effetto analogo a
quello che si ottiene tappando il tubo di un aspirapolvere, cioè
uno schiacciamento al suolo dovuto al vuoto d’aria creatosi sotto
la vettura. La monoposto (BT-46B-Fan) fu infatti subito
soprannominata ‘aspirapolvere’, e vinse con Lauda in maniera
clamorosa. I rivali si lamentarono però del fatto che, assieme
all’aria, il ventilatore sparava verso il retro ogni sorta di
detrito, impedendo i tentativi di sorpasso. Anche i ventilatori
furono quindi proibiti, fin dalla corsa successiva.
L’importanza della realizzazione di Murray consiste nell’avere
dimostrato che, creando una depressione sotto la macchina, si
produce una fortissima aderenza. Quando Chapman (sempre lui!) trovò
il modo di ottenere una depressione senza ventilatore, la prima F.1
ad effetto suolo vide la luce.
La Ferrari, dopo la notevole 312B, e la promettente, ma poco vittoriosa,
312B-2, entrò in una profonda crisi tecnica con la 312B-3. Di
questa monoposto corsero ben quattro versioni nella stessa stagione,
il 1973, che vide Mauro Forghieri messo in discussione all’interno
dello staff tecnico della Ferrari. Si arrivò a commissionare un
telaio in Inghilterra (allo specialista Thompson), pensando che
Forghieri fosse incapace di progettare un telaio all’altezza della
concorrenza inglese. Gli scarsi risultati ottenuti col telaio
inglese riportarono alla ribalta Forghieri, che nel frattempo
aveva sviluppato l’ennesima versione della monoposto. La quarta
versione della B-3, che corse nella stagione 1974, era ispirata
alla massima concentrazione delle masse attorno al baricentro
ed adottava una aerodinamica innovativa. Per la prima volta una
Ferrari adottava i radiatori sdoppiati davanti alle ruote posteriori,
ma in posizione longitudinale. Il posto di guida era stato avanzato
e le appendici aerodinamiche erano a forma di freccia. Questa
monoposto si aggiudicò tre G.P. e perse il mondiale per tre punti
all’ultima gara della stagione. La successiva monoposto era un
affinamento della precedente, dotata di un cambio trasversale
(da cui il nome 312T) che riduceva praticamente a zero le masse
a sbalzo, eliminando così i momenti di inerzia polare. La 312
T vinse con Lauda il campionato 1975, mancò quello 1976 per il
noto incidente di Lauda al Nurburgring, riconquistò, sempre con
Lauda, quello del 1977 (312T-3) e quello del 1979 (312T-4) con
Scheckter. Monoposto innovativa ed estrememente omogenea, con
un grande potenziale di sviluppo, é sicuramente da annoverare
fra i progetti più riusciti e longevi della F.1, come le citate
Lotus 72 e McLaren M-23.
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2.7. LA FINE DI
UNA ERA.
Riassumendo, le
monoposto vincenti nella prima metà degli anni settanta erano
evoluzioni più o meno sofisticate della Lotus 72 (che del resto
corse fino al 1975). Ricordiamo le Tyrrell 001 e 003, progettate
da Derek Gardner e vincitrici con Jackie Stewart dei Campionati
1971 e 1973; la McLaren M-23 (progetto di Gordon Coppuck, vincitrice
dei campionati 1974 1976
con Fittipaldi e Hunt). La Ferrari, pur con vetture ostinatamente
differenti dalle rivali inglesi, conquistò i campionati 1975 e
1977 (con Lauda) e 1979 (con Scheckter) , mancando di un soffio
quello del 1976. Ma erano gli ultimi fuochi di un’epoca ormai
alla fine. Colin Chapman stava ancora una volta mettendo a punto
una monoposto rivoluzionaria. Renault stava per debuttare con
un motore turbocompresso. Michelin sarebbe presto scesa in gara
con pneumatici radiali. Una nuova era si stava per aprire.
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