BREVE STORIA DELL'EVOLUZIONE TECNICA DELLA FORMULA 1 Gli anni Sessanta di Stefano Pulga
Gli anni ‘60 hanno marcato una vera
rivoluzione tecnica, chiamata “la rivoluzione degli inglesi”. Nel
1957 John Cooper, titolare dell’omonima marca, aveva introdotto la
prima monoposto “tutto dietro”, cioè a motore e trazione
posteriori, mentre fino a quel momento le monoposto avevano avuto motore
anteriore e trazione posteriore. Il lapidario commento di Enzo Ferrari a
questa innovazione è passato alla storia: “I cavalli si mettono
davanti al carro, e non dietro”. Anche Ferrari passò quindi, a malincuore, al ‘tutto dietro’,
vincendo il Mondiale 1961 con Phil Hill. Le evoluzioni più importanti negli anni ‘60 in campo telaistico furono l’introduzione della monoscocca al posto del telaio tubolare (Lotus 25 del 1962),
dei freni a disco, ed il generale allargamento sia delle carreggiate delle monoposto che della sezione dei pneumatici. Anche in questo caso la scuola inglese fu innovativa, mentre i costruttori italiani e tedeschi si dimostrarono più conservatori insistendo sui telai in tubi, o strutture miste costituite da una monoscocca e di un traliccio in tubi a sostegno di motore e sospensioni posteriori
Una volta di più, Enzo Ferrari si ostinò ad essere fedele alla concezione ‘motoristica’ delle corse, pensando che un motore potente è la chiave di volta del successo. I fatti lo hanno abbondantemente smentito, e le case inglesi, sebbene generalmente motorizzate da unità meno potenti di quelle italiane, si aggiudicarono in quel decennio otto titoli, contro i due della Ferrari. 1.2. I MOTORI In campo motoristico si passò da potenze specifiche dell’ordine dei 120 Hp/litro (1960) ai circa 150 Hp/litro del 1969, grazie all’adozione generalizzata della distibuzione bialbero in testa ed alle testate plurivalvole (dapprima tre per cilindro, poi quattro) ed il passaggio dai carburatori all’iniezione indiretta (anche se la Ferrari sperimentò l’iniezione diretta Bosch, poi abbandonata a favore dell’indiretta Lucas). Il frazionamento, all’inizio degli anni ‘60, era orientato su 6 o 8 cilindri, con la notevole eccezione del 4 cilindri boxer raffreddato ad aria forzata della Porsche (derivato dal Volkswagen di serie!) e della Ferrari, spesso (ma non sempre) fedele al 12 cilindri a V di varie aperture, cui seguirono altri V-12 italiani (Maserati,), francesi (Matra), inglesi (BRM e Weslake) e giapponesi (Honda). La B.R.M. costruì nel 1967 un poderoso 16 cilindri ad H (due unità di otto cilindri contrapposti e sovrapposti), che, nonostante il successo al G.P. degli Stati Uniti sulla Lotus 43 di Jim Clark, non ebbe seguito, in quanto troppo complesso e pesante. La vera rivoluzione in campo motoristico fu la comparsa, nel 1966, del motore Cosworth DFV (siglato Ford, che aveva finanziato il progetto). Questo V8 a 90°, bialbero e quattro valvole per cilindro (la sigla DFV sta infatti per: Double Four Valve), dotato di iniezione indiretta Lucas, aveva inizialmente una potenza di 400 HP a 9750 g/m per un peso di circa 140 kg. Fino a quel momento, il motore più potente era stato il Ferrari V-12 con 36 valvole, che sviluppava 360 HP a 11.000 g/m per un peso di 180 kg. Da queste cifre risulta evidente come il Cosworth fosse una unità globalmente più efficiente; infatti, dopo qualche problema iniziale di messa a punto, che costò a Clark e alla Lotus il titolo 1967, l’unità inglese dimostrò una affidabilità invidiabile. Nelle sue diverse evoluzioni fu usato in F.1 fino al 1994, sfiorando la potenza di 590 HP a 11000 g/m nella sua ultima versione di 3500 cc. Fu usato anche nelle gare di durata (vittoria a Le Mans sulla Rondeau nel 1979) e, dotato di turbocompressore, nelle gare della serie americana Cart, raggiungendo una potenza di circa 900 HP con una cilindrata di 2750 cc. 1.3. SOSPENSIONI All’inizio del decennio le carreggiate e la sezione dei pneumatici erano ancora strette, consentendo l’uso di sospensioni simili a quelle usate negli anni ‘50. Erano in genere costutuite da triangoli sovrapposti, ammortizzatore trasversale esterno, e barra antirollio (lo schema di questa sospensione è in.
Con l’allargamento di carreggiate e pneumatici, questo tipo di sospensione si dimostrò insufficientemente rigido, soprattutto alle sollecitazioni longitudinali, richiedendo l’allargamento della base dei triangoli, e poi, soprattutto per le sospensioni posteriori, l’installazione di “puntoni di reazione” per contrastare lo scuotimento longitudinale dell’insieme ruota/sospensione (lo schema di questa sospensione è in
1.4. RUOTE, FRENI E PNEUMATICI Fino a circa il 1962 le ruote delle F.1 erano composte dal cerchio in alluminio e dai raggi che lo collegavano al mozzo. Questo tipo di ruota, di derivazione motociclistica, era il sinonimo della sportività anche per le Granturismo di serie ad alte prestazioni (Alfa, Ferrari, Jaguar, ecc.), ed era generalmente di grande diametro: 15 o 16 pollici. Le crescenti sollecitazioni in curva mandarono in crisi questo tipo di ruota, troppo flessibile, con le intuibili e negative conseguenze sulla stabilità e la precisione di guida. Si passò quindi a ruote composte da due semigusci di lamiera stampata saldati assieme, poi da cerchi in fusione di lega leggera. I freni, rigorosamente a tamburo fino a circa il 1957-58, furono poi sostituiti da dischi metallici e pinze azionate meccanicamente prima, e idraulicamente dal 1960 in poi. I pneumatici, prodotti dalle maggiori case europee (Dunlop, Englebert, Pirelli, Continental) erano a carcassa metallica diagonale, a spalla alta, con camera d’aria e battistrada profondamente scolpito, e generalmente gonfiati ad alta pressione (4-5 bar). Dimensioni a parte, non differivano sostanzialmente dalla produzione per la grande serie. Nella seconda metà degli anni ‘60 i pneumatici, pur rimanendo del tipo a tele diagonali, si allargarono notevolmente; lo spessore della scolpitura del battistrada si ridusse, e la pressione di utilizzo si abbassò notevolmente. 1.5. L’AERODINAMICALo spostamento del motore da davanti a dietro al pilota aveva alterato sostanzialmente la distribuzione delle masse e l’ingombro delle monoposto. L’aerodinamica era invece ancora un fattore empirico, ed il più delle volte i progettisti disegnavano le carrozzerie in funzione di quel che dovevano coprire. La conoscenza dell’aerodinamica era già molto spinta in campo areonautico, ma generalmente non si riteneva che le velocità sviluppate dalle F.1, molto basse rispetto a quelle di un aeromobile (la velocità massima di una F.1 corrispondeva grosso modo alla velocità minima di sostentamento di un aereo), potessero essere sufficienti a creare carichi aerodinamici interessanti. Nelle F.1 si cercava quindi principlamente una buona “penetrazione”, concetto che in aerodinamica non vuole dire niente. La “penetrazione” infatti in aerodinamica è il prodotto fra il “coefficiente di forma” (o Cx) e la superficie frontale. Questi concetti, seppur noti, sono stati quasi ignorati dall’automobilismo fino agli anni ‘70. Le prime applicazioni aerodinamiche in campo automobilistico erano
venute, abbastanza sorprendentemente, dagli Stati Uniti, dove peraltro le
monoposto erano ancora ferme ai telai tubolari, motore anteriore e
trazione posteriore. Sui velocissimi ovali americani, le monoposto avevano
la tendenza a sollevare il muso, a causa della portanza generata dalla
forma della carrozzeria. Nel 1966-67 si sperimentarono quindi piccoli
deflettori (gli spoilers), ai lati del muso, per creare una spinta verso
il basso. Queste appendici semplicissime, di fatto lastre di lamierino di
alluminio triangolari empiricamente curvate, si dimostrarono subito
efficaci. Colin Chapman sperimentò sulla sua Lotus 49 due vere e proprie
alette sui lati del muso, rivolte verso il basso, migliorando notevolmente
l’inserimento in curva. Visto che l’assetto della vettura ne risultava
alterato (caricando l’anteriore si scaricava il posteriore), Chapman
aggiunse una carenatura al motore, sagomata e curvata verso l’alto,
ottenendo una spinta verso il basso anche sul posteriore. La 49 così
modificata vinse facilmente il GP di Monaco del 1968 con Graham Hill. Forghieri aveva spinto il ragionamento più in là, dotando il sistema di
un controllo dell’ incidenza. Se infatti la deportanza è di aiuto in
curva, creando una pressione che aumenta l’aderenza di pneumatici,
questa diviene un handicap in rettilineo, dato che l’incidenza
dell’ala viene pagata con un aumento della resistenza (è lo stesso
principio dei freni di picchiata per gli aeroplani). Il pilota, agendo su
di un pulsante, poteva fare assumere all’alettone un’incidenza vicina
allo zero in rettilineo, ed un’incidenza prefissata in entrata e
percorrenza di curva. La 312 così equipaggiata vinse il GP del Belgio con Jackie Ickx,
probabilmente più per le straordinarie doti di questo pilota nella guida
sotto il diluvio che per l’apporto dell’aletta. La CSI (Confederation
du Sport Internationale) proibì poco dopo le ‘appendici aerodinamiche
mobili’. Da quel momento gli ‘alettoni’ avrebbero dovuto essere
assolutamente immobili rispetto alla scocca. Forghieri e la Ferrari avevano comunque aperto una nuova era. Gli altri
costruttori (Colin Chapman della Lotus, Ron Tauranac della Brabham e
Gordon Coppuck della McLaren) avevano capito l’enorme vantaggio che
l’uso delle appendici aerodinamiche prometteva. La FISA proibiva le appendici mobili? I costruttori le montarono fisse. Invece che l’aletta ancorata al telaio, come nella soluzione di Forghieri, cominciarono a proliferare ali di superfici imponenti, alte più di due metri dal suolo, ancorate direttamente ai portamozzi, sull’esempio di quanto fatto in USA da Jim Hall sulla Chaparall 2F del 1967. I risultati non si fecero attendere: una serie impressionante di cedimenti meccanici falcidiò la F.1, per fortuna senza vittime. Cedette di tutto: montanti per le ali, le ali stesse, i portamozzi, gli attacchi del motore alla scocca. Al GP di Spagna del 1969 le Lotus, che montavano ali imponenti sia all’avantreno che al retrotreno, ebbero catastrofici incidenti per il cedimento delle ali, a due giri di distanza l’una dall’altra. I piloti, Graham Hill e Jochen Rindt, ne uscirono feriti, ma non in modo grave. La CSI impose l’abolizione degli alettoni per la corsa seguente, il GP di Monaco, in attesa di emanare un nuovo regolamento. Quando il regolamento sugli alettoni uscì, definì criteri di altezza, larghezza ed ancoraggio che, con poche varianti di dettaglio, sono arrivati fino ad oggi.
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