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Storia di un cacciatore Valdostano: Floriano Gomiero

di Roger Juglair


Floriano Gomiero nasce in Provincia di Padova il 4 ottobre 1920.
La sua famiglia si trasferisce ad Aosta pochi anni dopo, ma Floriano a buon diritto considera Aosta come sua città natale.
Le sue vicende belliche sono in gran parte simili a quelle di Umberto Coccoz (Pilota valdostano amico di Floriano Gomiero).
Le ha raccontate lui stesso, vivace ottantenne e persona molto schiva.
FIoriano racconta quanto fosse affascinato dai piccoli aeroplani che si posavano sul campo di volo di Aosta ed appena ne vedeva uno in arrivo si precipitava di corsa ad ammirarlo.
Ai primi di settembre del 1939, poco dopo l’ottenimento del diploma di scuola media superiore, fu inviato, con altri giovani aspiranti, a Vizzola Ticino in provincia di Varese per gli esami dell’Attestato A per il volo senza motore. Nel frattempo il Ministero della Aeronautica bandi un concorso per 1500 allievi piloti.
Superate le prove di accesso, Gomiero viene assegnato inizialmente alla scuola di volo di Grosseto ed in seguito a Pontecagnano e Aquino (Frosinone), dove ottiene il brevetto di volo sui Breda BA25 e Romeo RO41 . i suoi istruttori lo ritengono adatto alla caccia e viene pertanto inviato presso la scuola di pilotaggio di secondo periodo a Rimini.
Dopo la Scuola di Perfezionamento, Gomiero viene assegnato all’aeroporto di Gorizia dove viene addestrato sui biplani FIAT CR32 e 42 ed i monoplani FIAT G.50 e Macchi C.200.
Col senno di poi si deve commentare che l’insieme dell’Addestramento dei nostri piloti da Caccia era buono per il volo acrobatico, meno per la guerra, le esperienze in Spagna erano state male interpretate puntando molto sul volo acrobatico individuale, sul volo in formazioni strette e sul tiro in caccia o su bersaglio fisso La Seconda Guerra Mondiale premierà chi punterà su aerei veloci, pesantemente armati e sull’ addestramento al volo in formazione allargata ed al tiro in deflessione.
Dopo questo primo contatto con i nostri aerei di punta, viene assegnato con altri venti nuovi piloti al Gruppo Complementare di Alta Acrobazia in attesa di una successiva assegnazione a reparti di prima linea.
Nell’estate del 1942 viene trasferito al 54° Stormo, 16° Gruppo 76° Squadriglia da caccia prima a Reggio Calabria quindi a Castelvetrano ed a Pantelleria. Oltre che dei veterani FIAT Cr42, la squadriglia è dotata anche di Macchi C200.
L’attività aerea prevalente è quella di scorta convogli con lunghe crociere sul mare, con il costante timore di dover finire “a bagno”.
Verso la fine del 1942, Gomiero viene trasferito alla 379° Squadriglia Autonoma con base a Chinisia (Trapani) ancora a protezione delle rotte da e per la Tunisia e, con in più, saltuarie missioni di copertura alle truppe dell’asse impegnate in Tunisia, sotto il comando del Capitano Galbiati. Gli aerei sono sempre i soliti Cr42 e MC .200.
Terminata l’avventura africana si prospetta a breve termine la minaccia di un attacco al suolo nazionale ed alla Sicilia in particolare.
Dopo lo scioglimento della 379° Squadriglia, nel mese di giugno 1943 Gomiero, viene assegnato al XII Gruppo Caccia, si trova sull’aeroporto di Castelvetrano, sempre in provincia di Trapani, da cui si tenta vanamente di contrastare lo strapotere aereo alleato.
I 25 giugno il campo di Castelvetrano subisce un attacco aereo devastante. I danni causati dalla poderosa offensiva aerea alleata ed il successivo sbarco costringono le forze aeree italo tedesche ad abbandonare la Sicilia.
Lo sfacelo dell’Italia è ormai evidente e gli avvenimenti del 25 luglio e dell’otto settembre non ne sono che una dolorosa conseguenza.
Gomiero apprende dell’avvenuto armistizio al rientro di un volo di collaudo, in coppia con l’amico Pozzi, di due FIAT Cr42 sulla base di Taranto.
Nei giorni successivi con molti suoi compagni di squadriglia prende la decisione di continuare a volare ed a combattere contro i tedeschi, che da alleati si sono trasformati in invasori.
Il pilota aostano viene pertanto assegnato alla 73° Squadriglia, IX Gruppo del 4° Stormo della Regia Aeronautica.
I piloti sono molti, gli aerei pochi, l‘Aviazione Cobelligerante, dopo un periodo iniziale irto di difficoltà nel reperire il materiale di volo, inizia a svolgere missioni di appoggio alle forze partigiane in Jugoslavia. Presto i vecchi Macchi 205 non ne possono più, gli alleati decidono allora di fornire alle forze aeree italiane alcun i vecchi Supermarine Spittire Mk. V inglesi e diversi Bell P 39 N e Q di provenienza americana.
Gomiero non partecipa a missioni offensive sulla Jugoslavia in quanto non è ancora abilitato sui Macchi 205, e non lo è naturalmente nemmeno sui nuovi caccia di origine alleata, ed inizia quindi presso il reparto una lunga serie di voli di ambientamento ed allenamento prima sui Macchi C205 ed io seguito sui P39Q.



Gomiero ricorda molto bene questo suo periodo, anche perché la sua esperienza con i caccia americani è stata molto travagliata:

“A noi del 4° Stormo, gli americani (nel dicembre 1944/45. N.d.A.) hanno consegnato i caccia Bel! P39Q Airacobra aereo armatissimo equipaggiato con un cannoncino da 57 mm., 4 mitragliere da 12,7 mm. e 4 da 7,7 mm. Le colonne di automezzi che venivano attaccate da questo formidabile caccia non avevano scampo. il nostro stormo li aveva ritirati dalla base di Campo Vesuviano, dove erano accatastati uno sull’altro ben 150 di questi velivoli,
In alcuni di questi aerei, nel cannoncino da 37mm, avevano addirittura nidificato degli uccelli. Era un aereo vecchio e logoro che tante vite avrebbe ancora stroncato, nei mesi avvenire, nel nostro stormo,nel corso del suo impiego nei Balcani, a fianco dei nostri alleati anglo-americani. La guerra nell’aprile 1945 era ormai evidente che stesse per finire e, finalmente, la nostra aeronautica si stava riprendendo, seppure lentamente, dalla disfatta del 8 settembre 1943. Il 5° Stormo Caccia era equipaggiato con gli Spitftre di costruzione britannica ed anche essi opera vano nei Balcani. A Galatina (Lecce) era di base invece l’8° Gruppo caccia, con ancora in dotazione i Macchi MC 202 e MC 205 ormai vecchi, sfiatati e malconci. Noi del 4° stormo non ci riteneva così fortunati ad avere i P39, in quanto li guardavamo con molta diffidenza, totalmente differenti dai Macchi MC 200, MC 202 e MC 205 cui eravamo stati abituati. Le differenze erano tantissime e radicali. In primo luogo, sui caccia american il motore era dietro il pilota, il carrello era triciclo anteriore e la manetta del gas, strumento essenziale in tantissimi parametri di volo, era montata e funzionava al contrario rispetto a quanto noi eravamo addestrati. Inoltre l’entrata e l’uscita dall’abitacolo non erano agevoli e dovevamo usare in continuazione la maschera ad ossigeno ed il microfono, cosa cui non eravamo assolutamente abituati, Insomma. questo aereo che era stato impiegato con successo e con valore durante tutto il conflitto in Oriente. in Russia ed in Africa, non lo accettammo certamente con entusiasmo, Il decollo è sempre stato per me e per i miei colleghi di stormo, motivo di ansia e trepidazione. Per la mia prima volta sul P39 tutto andò per il meglio e, giorno dopo giorno, iniziai a “prenderci la mano”, Tutti i piloti fecero del loro meglio e questo a dimostrazione, una volta di più, di quanta perizia ed abilità fossero dotati i cacciatori di questo glorioso 4° Stormo Caccia formato, sin dai tempi della Prima Guerra, da tanti validissimi “manici”. Nei mesi che seguirono, quando avevo ormai piena padronanza dell’aereo americano, o in coppia con l’amico Voltan o con altri piloti, spessissimo e da veri incoscienti in moltissime occasioni ci impegnammo a compiere svariate figure acrobatiche, finendo non, poche volte per ricevere dei severi” cicchetti” dai superiori. Non so se gli americani facessero dell’acrobazia con questo aereo ma in tutti noi il dubbio di essere primi a provano e sempre rimasto. D’altronde il pilota italiano ha fama di essere un pilota spregiudicato ed anche un poco incoscienti che spesso osa oltre il dovuto. E, purtroppo, come era prevedibile, la serie nera ebbe presto inizio, Con una serie di incidenti di vario genere, in cui spesso logorio delle macchine appariva come causa scatenante de/la tragedia. Diversi piloti persero la vita a seguito di tali reiterati incidenti e ciò, oltre che ad addolorarci per la perdita di tanti amici. fu causa di serie preoccupazioni per i nostri superiori Nonostante tutto bisognava continuare a volare tutti i giorni, ma sotto il vinco/o di numerose regole e restrizioni. I voli di allenamento erano rigorosamente controllati: le figure acrobatiche tassativamente proibite ma nei piloti si era venuto a creare un profondo pessimismo, accompagnato da una crescente antipatia per il P39 AiraCobra. Il 13 aprile 1945, un bellissimo mattino che preannunciava un’altrettanto bella giornata, io mi apprestavo a partire in un volo di addestramento quale gregario destro in una formazione di tre velivoli’. È un normale volo di addestramento come sempre. nulla di straordinario. t’accensione dei motori avviene regolarmente, come e rullaggio in pista per il decollo. Richiediamo alla torre di controllo il permesso di decollo. Sento per radio “Permesso accordato per Freccia 28 (questo era il nominativo di chiamata radio)”Spingo piano in avanti la manetta del gas, poi ancora più avanti. Porte e possente si /sente in cabina il rombo del motore Allison da 1200 cavalli. Un’occhiata agli strumenti. Tutto regolare ,mi stacco dal suolo inizio la manovra per fare rientrare il carrello L’aereo compie un tuffo in avanti come sempre, data l’improvvisa diminuzione della resistenza all’aria mi guardo intorno e mi accingo a mettermi in formazione con il resto della pattuglia a 300 metri di quota circa, in salita. Mi accorgo che l’aereo non mi risponde nel solito modo, il motore perde colpi ed Inizia a “tossire”. L’aereo incomincia a perdere quota, ma subito non mi capacito di quello che mista succedendo. Il motore si blocca del tutto e la quota diminuisce sempre più velocemente. Non posso lanciarmi con il paracadute perché la quota è troppo bassa. Avviso via radio il capo formazione che sono in ava ria e che sto per effettuare un atterraggio di fortuna.
Furono istanti di altissima tensione che mi sembra di rivivere ancora adesso, a distanza di quasi sessanta anni, perché sotto di me non c’era una larga pianura pianeggiante ma una immensa piantagione di ulivi.
Cerco allora di non perdere la calma, tolgo i contatti, il pericolo di incendio è sempre presente e, nel frattempo, mi concentro cercando di individuare uno spiazzo libero che mi permetta di posare l’aereo. Mi preparo al peggio immaginando ciò cui vado incontro. Vedo una radura che potrebbe andarmi bene, sono a circa cinquanta metri dal suolo. La velocità è molto alta in quanto questo bestione non deve scendere sotto i duecento chilometri orari altrimenti finisce in staI/o e precipita come un masso.
Scorgo vicino al punto da me prescelto un pastorello intento ad accudire le pecore mentre gli animali spaventati scappano lontano.
Tocco violentemente il suolo con il ventre dell’aereo ed istintivamente con la mano sinistra
cerco di proteggermi il viso. L’aereo, come impazzito, prosegue velocissimo nel/a sua incontrollabile corsa, l’impatto è spaventoso, strisciando sul terreno, trancia un ulivo. Il colpo Io fa girare su un lato sino a che un altro impatto gli fa nuovamente cambiare direzione, finché, con un rumore assordante, finalmente, si arresta.
Ho battuto sicuramente con la testa contro il cruscotto. Un acre ed intenso odore di benzina e di olio si diffonde nella cabina.
Sono frastornato, non so se sono vivo o no, non mi rendo conto ancora di cosa mi sta succedendo, ho paura che l’aereo si incendi, i serbatoi sono pieni di carburante, devo subito uscire, sono terrorizzato. Non riesco nemmeno a togliermi il paracadute sul quale sono seduto. Ma fortunatamente, non succede nulla ed allora mi calmo, mi tolgo il paracadute. Ho male alla testa, istintivamente mi passo la mano sulla fronte, la ritiro piena di sangue, ma mi rendo conto che non è niente di grave”
.



La robustezza del P39 ha salvato la pelle del nostro pilota che se la cava con una lieve tenta alla testa, il caccia viene invece dichiarato distrutto.
“Il 21luglio 1945, continua Gomiero nel suo racconto, rientrato dalla convalescenza da soli cinque giorni, parto in volo per una missione di ambientamento ed addestramento, sempre a bordo dei P39Q. Sembra di rivivere una scena già vista. Appena staccato dal suolo e rientrato il carrello il motore si pianta a causa della rottura della ventola del compressore. Nuovamente sono costretto ad un atterraggio sul ventre. Anche questa volta la robustezza del P39 mi salva la vita, me la cavo con una semplice contusione alla gamba. Ma ormai siamo al limite sia noi piloti che gli aerei.
In molti decidiamo di lasciare l’Aeronautica. Il comandante Salvi mi supplica di restare e per invogliarmi mi concede una licenza. Tornato a casa decido di lasciare la vita militare e così nell’autunno del 1945 dopo un ultimo volo, torno alla vita civile”.

Dopo una lunga e fruttuosa carriera nella vita civile e ritiratosi in pensione, l’ottantenne Tenente Floriano Gomiero vive nell’amata Aosta con la sua famiglia.
Tratto dal libro “Ali sul tetto d’Europa” di Juglair Roger, edizioni Musumeci, Quart 2002.


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